Gli effetti sociali della disorganizzazione

La Sociologia dell’organizzazione e del lavoro si è sviluppata con la comparsa delle grandi imprese industriali e delle burocrazie moderne. E per decenni i Sociologi si sono occupati di modelli organizzativi, di processi di lavoro, anche di lavoro in gruppo e competenze professionali.

Ma la “persona”, ovviamente, è più del ruolo lavorativo, dell’occupazione o professione che ognuno di noi svolge nel suo tempo di lavoro. Eppure, solo in tempi più recenti abbiamo iniziato a vedere la necessità di un equilibrio tra tempi di vita e tempi di lavoro, tra competenze personali e competenze professionali, tra persona e ruolo organizzativo.

E solo negli ultimi tempi, si è compreso che quelle che in Europa chiamiamo “competenze trasversali”, soft skill, quindi la capacità di comprendere le caratteristiche della situazione che stiamo vivendo, più la capacità di comunicare e collaborare, più la capacità di risolvere problemi, tutte queste competenze appartengono alla persona e non all’impresa o ad altra organizzazione nella quale opera.

E questo è il punto: le competenze organizzative delle persone non hanno niente a che vedere con le strategie e i modelli organizzativi di una impresa, o una burocrazia, ma anche di una start up o uno studio professionale. Ma senza persone con competenze organizzative, ora più che mai, quelle stesse organizzazioni non riescono a generare qualità nell’attuale società 4.0. 

Allo stesso tempo, in una società complessa, dove i tempi e gli spazi personali, familiari e lavorativi hanno confini labili e dove molte antiche e consolidate certezze e abitudini possono essere messe in discussione nel giro di pochi anni, o mesi, se le persone non posseggono competenze organizzative gli effetti sociali sono molteplici.

A questo punto dobbiamo ricordare che essere organizzati non è sinonimo di essere ordinati. Perché l’opposto dell’organizzazione non è il disordine, ma è la dispersione: di tempo mal vissuto, di spazi male utilizzati, di energie personali, fisiche e mentali, male impiegate, di aspirazioni e desideri sacrificati o negati. Tutto può essere sprecato, dissipato, se non volgiamo la nostra attenzione all’organizzazione, proprio in prima persona, assumendoci la responsabilità delle nostre scelte e azioni possibili.

Lo sanno bene le famiglie, ma soprattutto le donne, quando entra in casa un nuovo bambino. Tutto viene modificato: tempi, spazi, pensieri, relazioni sociali. E si inizia a pensare in modo strategico, orientati verso obiettivi e risultati da raggiungere, da soli o insieme a chi ci è accanto (partner, figli più grandi, amici, ma anche colleghi di lavoro). 

Ecco, questa è l’organizzazione: essere orientati verso obiettivi scelti per priorità e urgenza per ottenere il migliore risultato al momento possibile, facendo ricorso a ciò che abbiamo appreso di positivo nel passato e abbandonando ciò che non funziona più per evitare la dispersione, utilizzando al meglio i tempi e gli spazi e gli strumenti a disposizione, sollecitando la collaborazione di chi ci è accanto.

E poiché sappiamo che le persone non sono individui isolati, ma che ogni comportamento individuale viene vissuto in un contesto sociale, di relazione con gli altri, i benefici sociali dell’essere organizzati (o al contrario, gli effetti negativi) possono ora essere evidenti: equilibrio tra i tempi di vita e di lavoro, tra aspirazioni personali e carriere lavorative, tra benessere personale e organizzativo, tra atteggiamenti e comportamenti. Condizioni oggi riconosciute dai Sociologi dell’organizzazione e del lavoro come indispensabili per agire in un sistema sociale interconnesso e mutabile sotto ogni aspetto.