Federico Butera è stato Sociologo delle organizzazioni, fondatore della Fondazione IRSO, e — come amava definirsi — «architetto sociotecnico». Il suo sguardo sulla scuola non era quello del pedagogo né del politico scolastico: era lo sguardo di chi studia le organizzazioni complesse e vuole capire come farle funzionare meglio, in modo partecipato, senza burocrazie inutili, valorizzando le persone che vi lavorano.
Approfondisco qui di tre filoni principali: il progetto PICTO, le reti scolastiche governate e, più nel dettaglio, le ITS Academy.
Il pensiero di fondo: la scuola come organizzazione complessa
Per capire il lavoro di Butera sulla scuola occorre partire dalla sua visione teorica.
Per lui le istituzioni formative non sono semplici erogatori di didattica: sono organizzazioni complesse, immerse in reti di relazioni con famiglie, imprese, enti locali, altre scuole. Come tali vanno progettate e governate.
Il nucleo di questa visione è il Modello 4C, che Butera applica tanto alle imprese quanto agli istituti scolastici. Le quattro dimensioni sono:
Cooperazione intrinseca — il lavoro collegiale come valore, non come obbligo burocratico
Conoscenza condivisa — sistemi per diffondere buone pratiche tra docenti e tra scuole
Comunicazione estesa — apertura verso il territorio, le famiglie, le istituzioni
Comunità professionale — identità condivisa, senso di appartenenza, responsabilità collettiva.
Queste quattro parole non sono uno slogan: sono le variabili organizzative che, secondo Butera, rendono una scuola capace di innovare senza importare modelli dall’esterno, ma generando un cambiamento sostenibile dall’interno.
Il Progetto PICTO (1997)
Il primo grande progetto in campo scolastico è PICTO — Programma Integrato di Cambiamento Tecnologico-Organizzativo — avviato nel 1997 con il Ministero della Pubblica Istruzione, guidato allora da Luigi Berlinguer.
PICTO nasce da una domanda semplice ma radicale: può essere cambiata la scuola italiana, dall’interno? Può cioè migliorare senza aspettare riforme calate dall’alto?
La risposta di Butera è sì, ma solo a condizione di adottare un approccio sociotecnico: integrare in modo armonico processi, persone, strutture e tecnologie, e farlo coinvolgendo attivamente docenti, dirigenti, personale ATA, persino gli studenti.
Il progetto si articola in quattro filoni operativi.
- Primo: la scuola dell’autonomia — come rendere concreto il principio di autonomia scolastica introdotto dalla riforma
- Secondo: la rete della pubblica istruzione — come trasformare il sistema ministeriale da struttura gerarchica ad animatrice di una rete territoriale
- Terzo: la professione dell’insegnante — valorizzazione, formazione continua, riconoscimento del ruolo professionale
- Quarto: la Piazza di Ninive — primo sistema di knowledge management della scuola italiana, per condividere buone pratiche tra istituti.
Il lascito di PICTO è, prima di tutto, culturale: ha seminato nelle scuole l’idea che l’organizzazione non sia un lusso amministrativo, ma la condizione necessaria perché la didattica funzioni davvero.
Le reti scolastiche governate
Un secondo filone riguarda le reti tra scuole. Anche qui Butera porta nella scuola un’idea elaborata nel mondo delle imprese: quella della rete governata, che descrive già nel suo oramai classico Il castello e la rete del 1990, ma in corso di elaborazione già da alcuni anni.
Una rete scolastica governata non è una semplice intesa tra dirigenti. È una struttura organizzativa flessibile ma esplicita: ha nodi responsabili, processi condivisi, regole di appartenenza visibili a tutti. È aperta verso il territorio, ma ha una governance interna che le dà stabilità.
Il caso più significativo che ho vissuto direttamente è quello del Distretto 32 della Provincia di Roma, con le scuole di Monterotondo e Mentana, coordinate dall’Istituto Comprensivo eSpazia. In quel progetto, avviato nel 2001, ventinove istituti hanno lavorato insieme per costruire una rete reale: hanno mappato i processi, definito i nodi responsabili, costruito un linguaggio organizzativo comune.
Il risultato più visibile era la nuova architettura organizzativa della rete. Ma quello meno visibile, e forse più importante, era l’orientamento alla qualità e la motivazione a partecipare che si era diffusa tra insegnanti e dirigenti.
Il mismatch e la risposta degli ITS Academy
Veniamo ora all’argomento delle ITS Academy.
Chi osserva da vicino il mercato del lavoro italiano si imbatte in una contraddizione evidente. Da una parte le imprese — manifatturiere, logistiche, agroalimentari, del settore moda — segnalano crescente difficoltà nel trovare tecnici qualificati. Dall’altra il sistema formativo produce laureati e diplomati che faticano a trovare un’occupazione coerente con il proprio percorso.
Questo squilibrio non è nuovo, ma la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la trasformazione dei processi produttivi lo hanno reso più acuto. Serve un profilo professionale che non esiste ancora nei percorsi tradizionali: qualcuno che sappia combinare competenze tecniche, capacità di lavorare con i dati e abilità collaborative in contesti interdisciplinari.
Le ITS Academy — Istituti Tecnici Superiori, riformati con la Legge 99 del 2022 — sono la risposta istituzionale a questa domanda. Fondazioni che riuniscono scuole, università, imprese, enti locali: non una soluzione giuridica, ma un sistema aperto di attori che progettano insieme i percorsi formativi.
I dati e il Progetto FORTES
I dati ci dicono che le ITS Academy funzionano: l’85% degli allievi trova lavoro entro un anno, con competenze essenziali per l’innovazione delle imprese. Ma ci dicono anche che siamo molto indietro rispetto all’Europa.
È in questo contesto che Butera ha lavorato come direttore scientifico del Progetto FORTES, voluto dal Ministero dell’Istruzione.
FORTES ha applicato alle ITS Academy il modello del Change Management Strutturale: tre classi di attività in spirale ricorsiva.
- Prima: un piano di cambiamento del sistema, per rafforzare governance e processi organizzativi delle singole Fondazioni
- Seconda: lo sviluppo di progetti sperimentali, con supporto diretto agli ITS che aderivano
- Terza: il miglioramento continuo, attraverso ricerca-intervento e formazione tecnica e relazionale.
In concreto, la Fondazione IRSO ha portato alle ITS Academy gli stessi strumenti affinati in decenni di lavoro nelle imprese: la check list per le organizzazioni 4C, l’analisi dei processi, la descrizione dei ruoli agiti, la costruzione di reti orizzontali tra Fondazioni.
Conclusioni
Ma qual è l’eredità più duratura del pensiero di Butera per il sistema dell’istruzione?
La sua è una visione allo stesso tempo articolata e semplice: le istituzioni formative — siano scuole, reti scolastiche o ITS Academy — funzionano bene quando vengono progettate come sistemi sociotecnici, dove le variabili organizzative — processi, ruoli, strutture, tecnologie, comunità professionali — sono progettate insieme, non lasciate all’improvvisazione.
In un paese che tende a cambiare le leggi senza cambiare le organizzazioni, questo messaggio è ancora urgente. La sfida delle ITS Academy, come quella della scuola dell’autonomia trent’anni fa, non è solo normativa: è organizzativa, culturale, professionale.

