Le professioni tra specificità e ibridazione nell’economia digitale

L’esercizio delle professioni “libere”, la loro nascita ed evoluzione, è oggetto di studio di storici e scienziati sociali, a partire dalla comparsa e funzione di un lavoro competente e di élite per la salute, la giustizia e l’insegnamento in particolare.

Per i sociologi il concetto di professione è stato studiato e spiegato con una discreta oscillazione tra aspetti strutturali o relazionali, tra conservazione e rigore, da un lato, o innovazione e azione, dall’altro. Ma in realtà, come cercheremo di argomentare, una professione è sì una struttura sociale, ma sempre più la cornice non rigida di un ruolo agito, orientato verso l’innovazione sociale piuttosto che la difesa di un sapere consolidato.

Riferendoci ai fondatori del pensiero sociologico, è noto come per E. Durkheim le professioni abbiano la funzione di contrastare i fenomeni di anomia, garantire il superamento dell’individualismo attraverso l’appartenenza ad una associazione o corporazione. Il professionista rimane così vincolato al rispetto di una “morale pubblica” per la regolamentazione e moralizzazione della vita economica, garantita proprio dalle corporazioni professionali.

Per M. Weber la professione è una vocazione, una libera scelta dell’individuo, in una società moderna e in organizzazioni sempre più “razionali”, orientate verso la specializzazione e la competenza progressive.

Ma è il sociologo T. Parsons a elaborare una cornice teorica compiuta del concetto di professione e della sua funzione per l’economia e il sistema sociale. Per il pensiero struttural-funzionalista la professione si fonda, innanzitutto, su un corpus sistematico di conoscenze teoriche e tecniche e sui valori che sostengono la coesione di una società. Il professionista è orientato al servizio, esercita con competenza, rispetto del codice deontologico, per garantire un servizio equilibrato per il funzionamento della società, in una relazione di fatto non simmetrica, nella quale il cliente non conosce il contenuto del suo sapere professionale e non sa valutare a priori la qualità del suo operato, mentre il professionista può agire esercitando una relativa autonomia.

Ricordiamo le parole di Parsons:

“Delineiamo ora in breve le caratteristiche principali che secondo noi contraddistinguono le professioni. La prima è il possesso, da parte dei loro membri, di una specifica competenza tecnica ad alto livello. Siffatta competenza è di tal natura che la sua acquisizione esige un addestramento formale, appartenente in ultima analisi alla sfera dell’istruzione superiore. (…) La seconda caratteristica fondamentale delle professioni è quella che W. J. Goode ha definito ‟orientamento sul servizio” (service orientation). Si intende con ciò l’assunzione di uno speciale impegno a dare la priorità assoluta alla difesa degli interessi del cliente, cioè del diretto destinatario delle prestazioni professionali. In questa accezione, l’‛orientamento sul servizio’ è concepito in diretta contrapposizione al ‛perseguimento razionale dei propri interessi’, quale viene formulato dagli economisti in riferimento alle imprese e agli uomini d’affari (…). Questa caratteristica è intimamente connessa con quello che potremmo chiamare il ‛divario di competenza’, che di norma esiste tra il professionista e il destinatario delle sue prestazioni, il quale, sotto quest’aspetto, è in genere un profano. (…) Una terza caratteristica della professione è quella che potremmo chiamare ‛responsabilità fiduciaria’, intendendo con ciò una responsabilità che va oltre la difesa degli interessi di questo o quel cliente nelle materie che sono oggetto del rapporto con il professionista. (…) Infine, la quarta caratteristica fondamentale di una professione è la sua relativa autonomia, che si manifesta nelle libertà e nei privilegi di cui i suoi membri godono e nel suo status giuridico. Questa autonomia, tuttavia, non va disgiunta dai due livelli di responsabilità sopra individuati.” [1]

Per una definizione sintetica del concetto di professione proponiamo ora un salto fino ai nostri giorni. L. Gallino ci aiuta a distinguere tra una definizione appartenente al linguaggio comune ed una propria del linguaggio specialistico della sociologia. Scrive Gallino che, in senso stretto:

una Professione è un’attività lavorativa altamente qualificata, di riconosciuta utilità sociale, svolta da individui che hanno acquisito una competenza specializzata seguendo un corso di studi lungo ed orientato principalmente a tale scopo. Così definita, la P. conferisce di norma a chi la svolge prestigio e reddito medio alti o alti […], sia la P. svolta a titolo di lavoro dipendente come i dirigenti di professione oppure di lavoro autonomo, come i notai o i commercialisti o gran parte degli architetti”. Ma il concetto di professione è ampiamente usato anche nel linguaggio comune, dove in senso lato definisce “una qualsiasi attività lavorativa solta regolarmente in cambio di un salario o uno stipendio o altre forme di reddito da lavoro[2].

Non si tratta di una confusione o sovrapposizione tra linguaggi. È infatti un dato certo che, nel superamento della società industriale, le occupazioni e i mestieri sono da un lato diminuiti in percentuale e in numero assoluto rispetto alle professioni e, dall’altro, che proprio le occupazioni e i mestieri stessi stanno da decenni mostrando un processo di “professionalizzazione”. Prima l’introduzione della robotica (nelle aziende automobilistiche già dai primi anni Ottanta del secolo scorso) e dell’automazione dei processi amministrativi, ma soprattutto ora la diffusione delle tecnologie digitali, fino all’internet of things, hanno accelerato e influenzato la scomparsa di alcune occupazioni e mestieri, la nascita di altri, il rinnovamento di tutti.

In sintesi, occupazioni e mestieri sempre più digitali, dove accanto all’apprendimento di conoscenze tradizionali si è affiancata la necessaria conoscenza di metodologie e tecniche nuove, apprese con percorsi di formazione non tradizionale. Ad esempio, nel contesto lavorativo attuale l’artigiano tradizionale, che più di altri svolge un mestiere legato ad un sapere “antico”, viene ridefinito maker, un artigiano digitale che:

  1. Possiede capacità pratiche e specialistiche storiche e tradizionali, che però integra sempre di più con conoscenze specialistiche “digitali”, in particolare conoscenze informatiche, uso di social media, networking
  2. Integra le competenze specialistiche e tecniche con le competenze trasversali indispensabili nel lavoro che si fa sempre più condiviso, come le capacità di lavorare in gruppi dentro e fuori le organizzazioni, di innovare costantemente il suo processo e il suo prodotto, di negoziare con altre professioni, di costruire reti con fornitori e clienti, di comunicare utilizzando mezzi differenti, ecc.
  3. Basa la sua azione su motivazioni di tipo intrinseco, fondate sui valori tradizionali della sua professione, che però ampia con motivazioni di tipo estrinseco, fondate su modelli di relazioni sociali più ampie agite nelle comunità di pratica.

Quindi tanti numerosi segnali di un processo di professionalizzazione, che sta sempre più modificando professioni, mestieri e occupazioni. Tutto questo rende necessario un lavoro di elaborazione di sistemi di classificazione in grado di rendere conto della complessità e dei cambiamenti continui, per superare le categorie della società industriale e, soprattutto, scongiurare letture della società post-industriale non sociologicamente robuste, nelle quali tutto diventa professione o all’opposto tutto si frammenta, si dissolve, diventa liquido.

Un contributo fondamentale per la definizione dei nuovi paradigmi interpretativi della società post-industriale è stato già da tempo fornito da D. Bell, A. Toffler, A. Touraine e altri scienziati sociali, ai quali già a metà degli anni 80 ha dedicato particolare attenzione in Italia D. De Masi. [3]

Parallelamente, nei suoi studi organizzativi F. Butera[4] proponeva una nuova classificazione delle attività lavorative. Egli evidenzia la polarizzazione crescente tra occupazioni non qualificate e professioni specialistiche, insieme alla comparsa di mestieri industriali finalizzati alla soluzione di problemi (gestione di attività di trasformazione non prescrittibile, attività di attrezzaggio e manutenzione) di tecnici, di professioni locali (aziendali) e di professioni cosmopolite (riconosciute dentro e fuori l’azienda).

M. Carbognin ribadisce che non tutto il lavoro è una professione, quando scrive:

“Professione non è sinonimo di “qualifica”, “figura professionale”, “ruolo” (anche direzionale). Progettare professioni vuol dire, al contrario partire da specifiche peculiarità di ruoli o figure professionali per “distillare” i tratti durevoli, quindi poco obsolescenti nel tempo e facilmente riqualificabili; solidi, quindi competitivi nel mercato del lavoro ed utili ai sistemi socio-economici; definiti, quindi facilmente gestiti, formati e sviluppati; trasversali, quindi mobili e meno legati ai contesti specifici; riconoscibili, quindi oggetto di scelta professionale dei singoli e non lotteria professionale.” [5]

Le professioni, quindi, sono strutture sociali, cristallizzazioni di saperi al tempo stesso stabili e dinamici delle competenze tecniche e sociali, che trovano la loro fonte di identificazione e progettazione con un riferimento diretto ad un processo di lavoro, alle attività che per essere esercitate richiedono l’azione congiunta di persone in possesso di competenze adeguate, certificate e riconosciute. E per questo rischiano l’obsolescenza, in particolare in contesti produttivi come quello attuale, sottoposti a innovazioni scientifiche e tecnologiche costanti e talvolta repentine. Ancora di più, come abbiamo visto, questo rischio di obsolescenza colpisce le occupazioni e i mestieri tradizionali, compresi come abbiamo visto quelli artigiani, che affondano radici antiche e robuste in saperi consolidati nel tempo e basati su capacità manuali oltre che cognitive.

Per questo, lo ribadiamo, si palesa nell’attuale società della conoscenza e dell’innovazione la necessità di progettare professioni ampie e robuste ma dotate di una intrinseca capacità di innovazione. Professioni non chiuse in confini di sapere corporativo, ma capaci di muoversi in una banda larga[6], come in sistema dinamico aperto, relativamente stabile, di occupazioni e mestieri e professioni specialistici simili, contigui o confinanti o tangenti, comunque sempre a rischio di obsolescenza. Le professioni a banda larga hanno un perimetro ampio, che consente un equilibrio tra stabilità e flessibilità, tra tradizione e innovazione: una consistenza e permanenza dell’identità professionale malgrado l’inevitabile alternarsi di ruoli, percorsi lavorativi, processi formativi che una persona può realizzare nella sua vita lavorativa. Le professioni a banda larga sono riconoscibili e riconosciute nel sistema socio-economico, sono robuste perché non legate ad una singola specializzazione o tecnologia e sono gestibili con percorsi di formazione e sviluppo formali, non formali e informali.

A questa categoria di professioni a banda larga possiamo ricondurre sia professioni non tradizionali, nuove professioni, sia antichi mestieri a rischio di scomparsa. E in questa categoria possiamo comprendere molti knowledge worker, i lavoratori della conoscenza, che svolgono professioni ampie operando su processi materiali e immateriali impiegando, trattando e producendo conoscenza. Come fanno proprio i professionisti dello spazio pubblico.

Comunque, ogni lavoratore della conoscenza ha consapevolezza del fatto che il suo lavoro, pur se posseduto personalmente, non è basato su una competenza finita e indivisibile. Una competenza che diventa capitale intellettuale, tra capitale umano e capitale strutturale, che si configura come (F. Blackler) [7]:

  • embrained knowledge
  • embodied knowledge
  • encultured knowledge
  • embedded knowledge
  • encoded knowledge

[1] T. Parsons, Professioni, in Enciclopedia del Novecento, 1980

[2] L. Gallino, Professione, in Dizionario di Sociologia, Utet, 1978

[3] D. De Masi (a cura di), L’ emozione e la regola. La grande avventura dei gruppi creativi europei, BUR Rizzoli, 2015

[4] F. Butera, Il castello e la rete, Franco Angeli, Milano, 1990

[5] M. Carbognin, La definizione e l’analisi delle professioni, in P. Cinti (a cura di), Prendersi cura, Indagine sulle professioni sociali, Franco Angeli, Milano, 2011

[6] F. Butera, S. Di Guardo, l modello di indagine per il ruolo agito nelle professioni sociali come attività di produzione e condivisione della conoscenza, in P. Cinti (a cura di), op.cit.

[7] F. Blackler, Knowledge, Knowledge Work and Organizations: An Overview and Interpretation, in Organization Studies, 16/6, 1995